“A riveder le stelle” è una mostra d’arte contemporanea realizzata in occasione del 700esimo anniversario della morte di Dante Alighieri. Si tratta di un evocativo dialogo tra la Divina Commedia di Dante e il ciclo affrescato da Giotto nella vicina Cappella degli Scrovegni, in occasione della sua candidatura per l’iscrizione della Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, con alcune delle opere che compongono la Collezione bassanese “The Bank Contemporary Art Collection” di Antonio Menon.  A RIVEDER LE STELLE si terrà dal 30 ottobre 2021 al 31 gennaio 2022 al Museo Eremitani.

Guida, La mia prima croce.JPG

Non ci è dato di conoscere con certezza quelli che furono gli incontri avvenuti tra Giotto e Dante. Certo è che i coevi fiorentini (Giotto  1267 – 1337; Dante 1265 – 1321) rivoluzionarono il loro tempo, traghettando prosa e pittura nel futuro. Giotto grazie alla resa di uno spazio prospettico ante litteram e alla rappresentazione dei sentimenti dell’uomo, Dante con una lingua nuova, il volgare, antesignana del nostro italiano. Giotto lavorò a Padova per gli affreschi della Cappella degli Scrovegni mentre Dante scrisse, quasi contestualmente, l’Inferno della sua Commedia. I punti di contatto tra i due autori sono molteplici e significativi. A partire  dallo svolgersi della narrazione per episodi che si susseguono a spirale che caratterizza sia l’organizzazione del ciclo pittorico degli affreschi della Cappella degli Scrovegni sia il viaggio nei gironi danteschi.

Questo movimento a spirale, sia pittorico che narrativo, è inoltre rafforzato da immagini speculari facilmente rintracciabili nei supplizi e nei patimenti inflitti ai dannati, così come nel ruolo salvifico della Croce e del Creatore. Punto di raccordo tra i due autori sono le stelle che sigillano l’evento espositivo. Le stelle di Giotto, ormai brand della stessa Cappella degli Scrovegni, ne sigillano la splendida volta. Sono stelle a otto punte (simbolo dell’ottavo giorno, la dimensione dell’eternità) su un cielo blu, simbolo della sapienza divina, ottenuto con azzurrite.

E le stelle invocate dal Poeta nell’ultimo verso dell’Inferno: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, dal quale la mostra prende il titolo. Dante e Virgilio, dopo aver superato le tenebre, finalmente contemplano il cielo stellato: presagio del nuovo cammino di luce e di speranza. Evidente in entrambi gli autori è inoltre l’univocità dello sguardo. Sia Giotto che Dante separano nettamente il bene dal male. Fornendo un’identica chiave di lettura: il libero arbitrio pone l’uomo di fronte alla scelta. Da una parte la via del male, che conduce ai supplizi infernali, dall’altra la via del bene, che conduce al Regno dei Cieli. Questa visione manichea andrà lentamente spegnendosi nel corso dei secoli, fino ad arrivare al  Novecento quando, con la scoperta dell’inconscio, emergeranno complessi paesaggi interiori.

Il limen religioso sanciva la non commistione tra gli ambiti del Sacro; allontanandosene, l’uomo è divenuto egli stesso “doppio”. Eppure, è ancora alla mercé dello smarrimento di senso. E nel suo peregrinare terreno, agogna a quella pace esistenziale necessaria a risollevarsi dalla miseria quotidiana.

Questa mostra di arte contemporanea, affrontando i sempiterni conflitti umani, si pone in dialogo tra le tematiche profondamente esistenziali che Giotto affresca nella Cappella degli Scrovegni e quelle tradotte da Dante nella Commedia grazie alle opere di alcuni autori viventi della Collezione bassanese “The Bank Contemporary Art Collection”, collezione che ha scelto di focalizzare la sua attenzione verso il nuovo figurativo italiano.

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Questa esposizione è perciò un omaggio alla cultura italiana di tradizione che, germinando da grandi maestri del passato, oggi vive e parla del nostro tempo all’uomo del nostro tempo. Gli autori presenti in mostra saranno: Agostino Arrivabene, Saturno Buttò, Desiderio, Marco Fantini, Sergio Fiorentino, Giovanni Gasparro, Alfio Giurato, Federico Guida, Maurizio L’Altrella, Paolo Maggis, Nicola Nannini, Sergio Padovani, Alessandro Papetti, Luca Pignatelli, Chiara Sorgato, Nicola Verlato, Santiago Ydanez.

Una cinquantina le opere esposte, molte delle quali di grandi dimensioni. In esposizione avremo quindi una selezione di pittori viventi, tutti italiani, tranne per un cameo internazionale.

L’opera madre della mostra “a riveder le stelle”, che è anche sua icona, è stata affidata al pittore Sergio Padovani, artista nato nel 1972 a Modena, dove vive e lavora. L’opera di Padovani titola “Stelle aperte” (olio, bitume e resina su tela, 230 x 160 cm) sugella l’ultima sezione. Si tratta di un’opera organizzata in tre segmenti che vede il suo sviluppo su scala ascensionale mentre evoca le tre Cantiche dantesche. Qui i rimandi al Giotto degli Scrovegni sono dichiarati. Nell’Inferno abbiamo la rappresentazione dei vizi: l’invidia, la stoltezza, oltre alle quattro lingue di fuoco e al Giudizio Universale. Nella seconda sezione (Purgatorio) l’uomo ristagna in un liquido amniotico che fa da cerniera verso la sua risalita. Nella terza sezione (Paradiso), gli “emersi” finalmente respirano, e vedono le stelle. Gli uomini ora si riflettono in un grande specchio centrale a forma di ogiva, la stessa “mandorla iridata” che domina il Giudizio Universale degli Scrovegni. I corpi riaffiorati non trovano nelle stelle solamente il senso di Dio e del divino, soprattutto ritrovano sé stessi. Ritrovano l’Uomo. Padovani è autore ispirato dal virtuosismo elegantissimo, la cui cifra pittorica è riconoscibile per quella straniante e mistica composizione architettonica – spesso avvicinata al grande Hieronymus Bosch – che spesso inverte il reggersi stesso della realtà (l’alto, il basso, il grande, il piccolo), sancendo grottesche quanto morbose alleanze con il mondo naturale, sovvertendone l’ordine.  Padovani, presente in mostra con più opere a comporre inoltre la sezione “Selva Oscura”, si confronterà anche con la tavola de “L’Eterno Padre” di Giotto, ora al Museo Eremitani, ma proveniente dalla Cappella degli Scrovegni, esibendo la sua La cupa gioia o Pala dei Peccatori” (olio bitume e resina su tavola a pala d’altare, cm 100 x 120).

PADOVANI. CUPA GIOIA pala

Sia nella Divina Commedia di Dante che nella Cappella degli Scrovegni di Giotto è il movimento narrativo a spirale quello che attorciglia, avvolge e, soprattutto precipita. Il tema della caduta è in questa mostra affidato al maestro Nicola Verlato, nato a Verona nel 1965. Verlato che ha vissuto per più di 15 anni a Los Angeles, ora vive e lavora a Roma. Recentemente è stato protagonista della mostra dedicata a Caravaggio e curata da Vittorio Sgarbi al Mart di Rovereto con alcuni suoi lavori dedicati a Pasolini. La tematica della caduta è quanto mai peculiare all’artista che organizza i suoi dipinti in una scena quasi sempre violenta ed enigmatica. Nella composizione risalta spesso un protagonista destabilizzato e destabilizzante rispetto alla narrazione della scena. Queste figure, comprese nella scena ma isolate dal movimento di caduta, precipitano lo spettatore in una fatale dimensione di fissità. Le opere scelte per questa esposizione (Cosmogony #1 Cosmogony #2 90,5 x 60 cm– olio su tela)  evidenziano un magma indistinto di corpi aggrovigliati che ragionano circa il loro rovinare ma isolandone l’azione, fissandola in un tempo mitico, eterno. Aggravante che fa della caduta un movimento di stallo perpetuo. Quella di Verlato è una caduta senza fine, una caduta immobile, una sospensione: dimensione umana ed esistenziale che suona come condanna definitiva. I corpi collassano verso un non luogo in un non tempo, azzerando ogni possibile coordinata spazio temporale. L’uomo è esule ai confini del mondo.

Nicola Verlato

Oltre ai dipinti sarà anche esposta la scultura in legno di tiglio realizzata dal maestro in occasione della mostra al Mart.

Sul tema della caduta proseguiamo cambiando il punto di osservazione grazie ai protagonisti delle opere di Giovanni Gasparro, barese classe 1983. In “Caino” (olio su tela 207 x 115 cm) testimoni osservano di sguincio il compiersi malevolo nella sua completa nudità, mentre in “Lebano cerca gli idoli nel baule di Giacobbe” (olio su tela, 119 x 151cm) l’osservazione della caduta si compie dall’alto da dove si guarda alla definitiva e rovinosa caduta dei mortali a causa dei loro peccati.

Nella scena della Crocifissione dipinta da Giotto alla Cappella degli Scrovegni, giungiamo all’apice della vicenda terrena del Cristo: la sua morte in Croce. La scena si articola in antitesi: da una parte coloro che amano Gesù e che lo piangono gravati dal dolore, dall’altra coloro che ne hanno provocato la morte.

Sempre a Padova abbiamo il Crocifisso di Giotto, una croce sagomata a tempera e oro su tavola di pioppo (223×164 cm) databile al 13031305, conservata nel Museo  Eremitani, ma anch’essa originariamente nella Cappella degli Scrovegni. La croce di Giotto dialogherà con l’opera La mia prima Croce” (238 x 180cm,  olio su tela di lino applicata su legno) di Federico Guida, pittore nato a Milano nel 1969 dove vive e lavora. Guida orchestra una croce dove il legno viene letteralmente dipinto e ripreso in due sezioni per dare continuità simbolica al sacrifico e al supplizio. Abbiamo un pianeta alla base, mentre alla destra e alla sinistra del Figlio due teschi, simbolo della Vanitas. Una giovane ragazza e un bambino, forse un angelo, nelle cimase e, a chiudere la croce, una galassia: l’universo, ma anche l’occhio di Dio. Figura centrale è Cristo, che con la mano trattiene un drappo mentre una figura demoniaca con gli occhi sbarrati lo bacia sulla schiena, all’altezza del bacino. Qui è il demonio che pare quasi essere tentato, ipnotizzato dalla bellezza del Cristo che invece si schernisce infastidito e si veste, per sottrarsi alle avances del losco figuro.

Giotto nella Cappella degli Scrovegni ci conduce al cospetto del Giudizio Universale, diviso in due parti dalla Croce spoglia al centro. Nel canto VI dell’Inferno, Virgilio, mentre i due poeti attraversano la fanghiglia tra le anime, prende la parola per spiegare a Dante che i dannati non si solleveranno più fino al giorno del Giudizio Universale, quando udiranno il suono della tromba angelica. Per evocare le suggestioni dantesche e giottesche circa il Giudizio Universale si è scelta l’opera di Nicola Nannini, nato a Bologna nel 1972. L’opera titola: “Si fece buio su tutta la terra” (olio su tela, 260 x 180 cm). Qui si agita una bolgia di corpi in rivolta: alcuni ingaggiano tra loro una lotta, altri infliggono soprusi. Ovunque giacciono in terra corpi scomposti e violati, come si nota dai seni esposti. Dei cani ringhiano mentre vengono aizzati da figuri demoniaci che ghignano in preda alla follia. Sul corpo di Cristo in Croce due uomini infieriscono con dei bastoni, mentre un’epifania di folli e dannati compone un girone infernale che danza attorno ai tre uomini crocifissi.

I cani ci connettono all’universo dantesco, ai suoi animali mitici, le Fiere, e soprattutto a Cerbero. Dante e Virgilio si trovano nel terzo cerchio dell’Inferno quando incontranolo incontrano. Cerbero ha tre teste, gli occhi rossi, lunghi e temibili artigli. Viene descritto come un mostro orribile che si agita continuamente. Autore che domina il regno animale è senz’altro Maurizio L’Altrella, nato nel 1972 a Milano, dove vive e lavora. L’opera dal titolo “La notte che vollero incoronarmi re dei lupi” (olio su tela, 120 x 100 cm) mostra tre lupi guardiani mentre fronteggiano tutte le direzioni, frontalmente e lateralmente. L’atmosfera è infernale: se i due lupi laterali hanno fattezze bestiali, la bestia centrale evidenzia invece una sacrilega commistione con l’umano; tratto distintivo dell’autore milanese che distorce sempre le figure creando uno spaesamento di senso e collassando l’immagine in un altrove pre-mitico. I soggetti diventando simbolici ancorano le loro radici in un’oscura e primigenia realtà cosmogonica.

La bestialità del cane si fa ora politica. Durante la Seconda guerra mondiale, le terribili SS avevano spesso al loro seguito dei Dobermann, cani che addestravano per essere mordaci e violenti contro i prigionieri. Con questo trittico “Senza titolo” opera straordinariamente potente (acrilico su tela, 100 x 210 cm) Santiago Ydáñez – nato a Puente de Génave (Jaén, Andalucia) nel 1967, uno dei pittori spagnoli di maggiore fama internazionale – ci sbalza da un inferno all’altro.

Se in Dante Cerbero latra e azzanna i peccatori, qui i Dobermann, nella loro natura compromessa e deviata al male, sono i protettori dell’uomo che campeggia nel ritratto centrale, questo sui toni del grigio. Un uomo giovane, i tratti ariani, quasi ibridi, gli occhi di ghiaccio e le labbra sottili, impeccabile nel suo abito da sera. Bastano pochi tratti a Ydanez per parlarci dell’abominio nazista. Qui non abbiamo orribili dannati che rantolano e si dimenano nel loro tormento, qui abbiamo il male tradotto con raffinata efferatezza,  un male che usa simbologie estetizzanti di rigore ed eleganza. Sprizza dagli occhi che ci guardano obliqui, avendoci già condannato.

Restiamo all’Inferno e incontriamo Lucifero. Dante lo tratteggia come un’enorme e orrida creatura, dotata di tre facce su una sola testa e tre paia d’ali di pipistrello. In ognuna delle tre bocche maciulla coi denti un peccatore mentre con gli artigli graffia e scuoia la schiena di Giuda. Il peccato di Lucifero consiste nel tradimento, poiché osò ribellarsi al Creatore.

Nella Cappella degli Scrovegni, Giotto dipinge Satana come una grossa bestia mostruosa mentre mastica un dannato che gli penzola dalla bocca e con le zampe già ne afferra altri due.

In dialogo abbiamo un’altra opera di Maurizio l’Altrella, “La bestia luminosa” (olio su tela, 100 x 120 cm). Si tratta di un giovane capretto, le ali d’angelo appena accennate, il corpo che esprime il contagio tra umano e bestiale. Ma è soprattutto nell’orgoglio del mento sollevato che il pittore traduce l’essenza e la complessità di quest’angelo bestiale, il più luminoso, che volendo assomigliare a Dio, lo ebbe a sfidare.

Chi è il diavolo oggi? Con la consueta ironia che lo contraddistingue, Saturno Buttò, pittore veneziano classe 1957, ci regala “Valleredfetish” (olio e vernice su tavola, 86 x 126 cm). Con virtuosistica perizia tecnica e audacia compositiva, Buttò traduce l’arte sacra desacralizzandone i contenuti e allestendo scene compositive che trovano la loro verità nel torbido contemporaneo di ambientazioni sadomaso e feticistiche. Qui la nostra diavolessa indossa una tuta lucida in latex rosso e troneggia da una poltrona di pelle, rossa anch’essa. Il fondale nero e la figura rossa in primo piano restituiscono anche cromaticamente la temperatura infernale, conducendoci verso la complessa dimensione della sessualità.

Sia Giotto che Dante dedicano ai lussuriosi  la loro attenzione. Giotto ritrae una scena di mercimonio sessuale mentre Dante incontra le anime dei lussuriosi nel Canto V dell’Inferno. L’opera di Federico Guida dal titolo “Circus” (tecnica mista, 200 x 250 cm) nel circolo vizioso dei corpi aggrovigliati, evoca quel movimento narrativo a spirale utilizzato da Dante e Giotto. Il rosso che filtra la scena trasferisce la passione nell’Inferno della relazione, tratteggiandone la complessità ambivalente e nevrotica del dialogo, facendo emergere dal silenzio e dalla fissità della scena un urlo di disumana solitudine.

La lussuria ci porta necessariamente ad approcciare un altro un animale, il maiale. Ricordiamo che Dante mette il padre di Enrico Scrovegni, Reginaldo, nel VII cerchio dell’Inferno dove sono collocati gli usurai e lo raffigura con una scrofa, simbolo degli Scrovegni.

Home! Sweet home!

I maiali, così come i cani, evocano in noi la bestialità dell’uomo. Con l’opera monumentale “Home! Sweet home!” (olio su tela, cm 200×600) l’artista Desiderio, nato a Milano nel 1978, ribadisce ancora una volta come la manichea separazione tra bene e male sia oggi completamente sovvertita. All’interno dell’animo abitano ambigue forze che agitano un uomo naufrago di senso. Il maiale, animale che simboleggia la lussuria, l’ingordigia, la sensualità, spesso identificato con Satana stesso, in Desiderio rivela invece il suo volto sacrificale. Oggi i maiali, costretti negli allevamenti intensivi -così come tanti altri animali- sono vittime innocenti, destinati ad una tragica vita di costrizione, violenta anticamera della macellazione. Un’esistenza disumana che è l’uomo ad infliggere alla bestia.

L’esposizione andrà poi verso un percorso di rinascita all’insegna della luce con altri celebri autori contemporanei che ci caleranno nella zona di attesa del Limbo o ci faranno sostare nel Purgatorio (cfr. Sergio Padovani  “Il diavolo di Lipsia”, olio, bitume e resina su tela 60 x 50 cm).

Per concludere il percorso in un Paradiso dove l’azzurro di Giotto si ritrova nelle campiture assolute -suo colore di elezione- di Sergio Fiorentino, Catania 1973, dove i “Corpi” (olio su tela 250 x 300 cm) riposano insieme, finalmente pacificati, coinvolti in un tenerissimo abbraccio consolatore.

Sergio Fiorentino

 A RIVEDER LE STELLE si terrà dal 30 ottobre 2021 al 31 gennaio 2022 al Museo Eremitani.

Testo di Barbara Codogno


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