Intervista all’imprenditore padovano Fabrizio Arengi, scrittore del libro “In ordine sparso”. 

Dopo anni di studio, Fabrizio inizia la sua carriera in un paese che incoraggia chi accetta la sfida di raggiungere grandi obiettivi. In queste condizioni, diventare rapidamente uomo non è una scelta, ma una necessità dettata dalle contingenze. Destinato a un impiego di prestigio nell’importante azienda di famiglia, si trova invece ad affrontare e poi gestire una transizione importante che lo costringe a confrontarsi con se stesso e a fronteggiare una realtà complessa che rischia di bruciare per sempre “il bravo ragazzo” che c’è in lui. Tutto muta, e la vita si complica rapidamente nella quotidiana composizione del destino, con la consapevolezza che costruire vuol dire soprattutto accettare i cambiamenti e affrontarli con la serenità di chi non ha nulla da temere. Nelle pagine di questo excursus – “In ordine sparso” – sul suo presente e il suo passato, spiccano flash sull’amore, sui figli, sugli amici, sul legame forte e intenso con i genitori, silenziosamente e rispettosamente amati, e sulle gioie, i dubbi, i ricordi. Dietro ogni cosa c’è lui, “il bravo ragazzo diventato uomo”, con il suo solido buon senso che gli consente di affrontare la vita a viso aperto. L’autore: Fabrizio Arengi Bentivoglio, classe 1964, laureato in Economia Aziendale all’Universita’ Ca Foscari di Venezia, ha conseguito il Master in Business Administration alla New York University Stern School of Business. Da anni vive e lavora a New York dove ha ricoperto vari ruoli per importanti multinazionali come Hoffmann-La Roche, in finanza, Pfizer, come responsabile del business development per l’Europa, Bristol-Myers Squibb, come direttore marketing, e in management consulting per Ernst & Young. Appassionato di arte e sport, è presidente e amministratore delegato di Fidia Finanziaria S.p.a. e fa l’imprenditore tra gli Stati Uniti e l’Europa. E’ sposato con la romana Enrica Murmura ed ha due gemelli, Federico e Laurentia.

Fabrizio Arengi Bentivoglio, simbolo del sogno americano? Lei è il famigerato sogno americano. Come nella canzone di Tyrone Wells, “Dream like New York” , ….quando abbiamo pensato che avremmo potuto volare abbiamo avuto modo di mantenere quei sogni in vita”. Il suo libro si apre con un volo, lei scrive che ama volare, questa metafora l’ ha fatta volare in alto?
Non sta a me dire se ho volato in alto. Sono venuto negli USA 20 anni fa perche ero “curioso” e volevo crescere professionalmente e personalmente in un contesto di alto livello, stimolante e formativo. Per anni ho studiato prendendo un Master, ho lavorato per le multinazionali e adesso gestisco la mia società tra New York e Milano, quindi passo molto tempo in volo…ed e’ in volo che ho scritto gran parte del mio libro. In volo, la notte, da solo c’e’ molto tempo per pensare, per guardarsi dentro, per vedere quello che non si vede quando si e’ immersi nel quotidiano, per vedere nel più profondo di se stessi.

Lei è una persona riservata, da cosa è nato questo bisogno di scrivere un libro? Di raccontarsi?
Ho pensato che avevo qualcosa da dire, da condividere. Poi se qualcuno avesse letto il mio libro meglio, e se a qualcuno fosse piaciuto …beh, ancora meglio. Ma la spinta e’ nata dalla voglia di mettere su carta quello che sentivo, mettendomi in discussione e mostrandomi “nudo”, con coraggio, ma anche con umiltà.

In ordine sparso, per come è conosciuto dai suoi amici, è un titolo che non le si addice: lei, persona pragmatica e ordinata…
E vero, però il titolo si riferisce a come e’ scritto il libro, cioè una serie di riflessioni, “in ordine sparso” appunto. Perché e’ così che i pensieri affiorano, e’ così che si sviluppano, in maniera disordinata. Poi tutto entra in uno schema logico, una sorta di “ordine disordinato”. E quindi alla fine del libro si vede che c’e’ un filo conduttore, non nella sequenza dei capitoli, ma nell’ordine dei pensieri, delle emozioni che cerco di condividere. C’e’ una sorta di crescita, di maturazione ed è per questo, infatti, che ho impiegato 3 anni per scriverlo.

Quanto ha contato l’educazione e gli insegnamenti ricevuti dai suoi genitori nella sua formazione?
Tutti noi siamo il risultato degli insegnamenti dei nostri genitori, e il nostro carattere è influenzato dall’ambiente in cui ci siamo formati. Il che non vuol dire che tutti quelli che si formano in un ambiente simile poi diventano persone simili. La vita e’ piena di fratelli che crescono nella stessa famiglia, vanno alle stesse scuole, fanno apparentemente le stesse esperienze, ma crescendo diventano persone diametralmente opposte. L’input di partenza proviene dalla famiglia, poi pero’ si fanno delle scelta. Alla fine siamo solo noi stessi gli “arbitri” della nostra vita. Il resto sono solo scuse…
Quali sono i ricordi più belli di suo padre? E di sua madre?
Con mio padre ho passato molto tempo sia professionalmente che negli svaghi. Condividevamo gli stessi hobbies, dalle corse in macchina, alla barca, alla caccia. Mi sono rimasti molti ricordi a cui spesso penso e che ancora oggi mi fanno sorridere. Mio padre ha cercato di insegnarmi quello che per lui era importante: la correttezza nei comportamenti e la generosità nei sentimenti. Senza mai prendersi troppo sul serio, nel bene e nel meno bene. I successi e le delusioni hanno un po’ lo stesso sapore e vanno affrontati con la stessa ironia, lo stesso entusiasmo, la stessa umiltà, perché “la vita è solo uno scherzo, tutto uno scherzo!” come mio padre ha scritto nella prefazione di uno dei suoi libri. Mia madre e’ sempre stata una presenza più “silenziosa” di mio padre, ma non meno forte. Una donna di cultura e raffinata che un po’ mascherava la sua vera natura per non esporsi con un atteggiamento che superficialmente poteva sembrare distaccato, ma che in realtà nascondeva un’autenticità nei sentimenti e nei comportanti al di là della convenienza. Ancora oggi, che non sta più molto bene, e’ una donna elegante e ironica.

Lei ormai da molti anni vive a New York, sceglierebbe mai di tornare a vivere in Italia?
Spesso con mia moglie ci pensiamo, soprattutto per dare ai figli un’esposizione più stabile alle loro origini e tradizioni, per far capire loro da dove provengono. Poi però continuiamo a parlarne, ma desistiamo…

Molto spesso gli italiani che tornano qui ci vedono come un paese in decadenza, lei come ci vede?
In decadenza….Purtroppo le tante qualità individuali non bastano a fare “sistema”. Se a livello di singolo individuo o singola azienda spesso noi italiani non siamo secondi a nessuno, poi quando ci mettiamo insieme, quando dovremmo fare “sistema” sostituiamo la disciplina, il metodo, l’organizzazione con la nostra creatività e questo e’ spesso la causa dei nostri limiti.

Nel suo libro c’è un capitolo “dedicato” ai fratelli, è molto interessante la frase “la fratellanza è il legame di famiglia che si rinnega più facilmente, quasi con superficialità, con indifferenza, specialmente quando tutto è avvelenato dall’interesse”…secondo lei di fronte agli interessi economici la fratellanza viene annullata?
No, non necessariamente, ma spesso complica i rapporti. Anche se non credo che sia solo per una questione economica. E’ probabile che le ragioni nascano molto prima, come scrivo nel libro.

I suoi figli si sentono più italiani o più americani?
Italianissimi! Inizialmente mi dicevano: “Noi siamo nati a New York, quindi siamo americani”. Oggi, si sentono italiani e ne sono fieri e la ragione di questa italianità e’ la nazionale di calcio e Balotelli. Entrambi sono fanatici del Milan. Io non ho mai avuto passione per il calcio, ma se questo e’ il prezzo da pagare affinchè i miei figli si sentano italiani, beh…allora anche a me tocca dire: “Forza Milan”.

La crisi in America è già passata, in Italia c’è ancora, c’è una battuta che riassume un po’ la nostra situazione “il 2015 sarà peggio del 2014 ma meglio del 2016”, lei come la vede?
Non credo il 2015 sarà peggio del 2014 per l’Italia. Credo, piuttosto che ci si avvii verso una situazione tipo Giappone, senza crescita per molti anni. Temo si continuerà a “galleggiare” ancora senza andare ne’ su, ne’ più giù. Per ricominciare a crescere ci deve essere un “gancio” al quale attaccarsi per ripartire. Ecco, io non riesco a vedere questo gancio. Non riesco, cioè. a vedere da dove si possa ripartire: non c’e’ chiarezza politica, non ci sono in atto vere riforme strutturali, il mercato del lavoro rimane rigido e le tasse non accennano a diminuire nonostante quello che ci viene detto. Il resto del mondo continua a muoversi e a darsi da fare, mentre noi rimaniamo a parlare dell’articolo 18. In un contesto globale il prezzo che si paga alla nostra inerzia e’ esorbitante e a pagarlo saranno le prossime generazioni. Sono cose scontate sulle quali tutti sono d’accordo, ma in Italia anche le cose scontate hanno dello straordinario. Purtroppo.

In un intervista lei sostiene che in America le regole sono chiare e vengono applicate, mentre in Italia sono complesse e poco affidabili, crede sarà mai possibile che nel nostro bel paese qualcosa cambi? Ha qualche “ricetta” da suggerirci?
Pare che Andreotti abbia detto: “Governare l’Italia non e’ difficile, e’ inutile”. Con tutta la “pochezza” che c’e’ in giro questa frase e’ di un cinismo sbalorditivo, ma ahimé temo azzeccata. Non ho la “ricetta” da suggerire, perche’ come ho detto prima le cosa da farsi le conoscono tutti. Il problema e’ che in Italia chi ha la capacita’ di fare viene messo da parte e non gli si da’ spazio.

Cosa le manca di più del tuo paese d’origine? Non mi dica che a New York riesce a bere un caffè più buono di quello italiano…
A New York si trova un espresso buonissimo in molti ristoranti. Ma quello che mi manca e’ l’eleganza italiana. Non e’ “snobberia”, mi riferisco all’eleganza culturale, sociale, artistica. Se penso a quello che abbiamo in Italia nella musica, nell’arte, nelle nostre città”. Impossibile trovare un altro paese che ha così tante bellezze. Ed e’ per questo che fa ancora più rabbia quando all’estero mi trovo a dover difendere il nostro paese dai tanti brutti stereotipi.
Tra i suoi tanti progetti scriverà un altro libro?
Mi piacerebbe. Vedremo….