Che c’entra Venezia con la Mille Miglia? Niente, salvo i sogni di tanti neofiti di portare le loro nobili quattro ruote nei nobili palazzi della Serenissima…

L’amica californiana l’ho vista come sempre bella e appollaiata sugli immancabili tacchi a spillo, che però in usa solo quando viene nella vecchia amata Europa; poi l’ho incrociata sul vialone della partenza. E’ stato allora che ingarbugliandosi gli sguardi, allegramente americano il suo e malinconicamente italiano il mio, lei mi ha dato appuntamento a Venezia. E’ pazza questa americana, mi son detto. Infatti, che c’entra Venezia con la Mille Miglia? Niente, salvo i sogni di tanti neofiti di portare le loro nobili quattro ruote nei nobili palazzi della Serenissima. Col naso all’insù e gli occhi fissi sul giornale di bordo, ha sentito sulle “crape pelate” il soffio dell’Italia migliore: quella che gioisce nel veder scorrere la storia, che s’innamora e disinnamora in fretta di stelle, stelline, sfitinzie, machi palestrati, belloni in libera uscita e campioni che più ex di così non si può. Anche quella che, lasciate da parte le angustie della crisi e della politica, se la ride osservando il volo delle carte bollate (sono quelle su cui si scrivono i contratti seri e inoppugnabili) dentro e fuori il Parlamento. In ogni dove, lombardo-veneto-emiliano-romagnolo fate voi, la stessa folla, la medesima festa e la stessa impressione di essere in luoghi che poco assomigliano ai soliti-chiacchierati-vituperati-sgualciti-deturpati-offesi posti di cui si occupano le cronache.
Questo bel modo di intendere le città, i paesi e la gente che li abita, credetemi, è una delle tante magie che la Mille Miglia porta sempre con sé. Il risultato è la somma di sorrisi, applausi, pacche su spalle, su “pelate” e caschi intercomunicanti e futuribili, che tutto sommergono – auto, piloti, navigatori, occasionali passeggeri –, rendono commestibile, asciugano, spogliano di eccessi e rivestono di quel sano e italianissimo “vogliamoci bene”. Della bella e saporita Cervia (possiede il mare, lingue di sabbia su cui allenare piedi e ginocchia dolenti, pinete che rompono la noia della pianura, osterie dove il pescato del giorno è materia prima e sacra; gode di “saline” che restituiscono sale unico e invidiato da mezzo mondo) ho visto luci e luna, ma non la bella californiana col pallino di andare a Venezia. Magari, a Venezia c’è andata per davvero. Se così fosse, io che ci faccio qui?

Autore: Vittorio Saleri

(N.B: Articolo realizzato con la supervisione di Katja Rossi)